La Disperazione delle Procure Tedesche

La Disperazione delle Procure Tedesche

La denuncia, come in Italia con Davigo, arriva da un importante magistrato della repubblica federale tedesca

  Questo incontro ufficialmente non è mai avvenuto. Voglio premettere che, tutto ciò che adesso rivelerò alla redazione comporterà per me delle pesanti conseguenze.

  Ho lottato molte volte con me stesso, sull’opportunità di condurre questa conversazione. Ma questo è troppo, devo dire come stanno le cose. La ragione principale per cui faccio questo, è un articolo che ho letto un paio di settimane fa sul Die Welt. Lì, si descrivevano le procure tedesche come sovraccariche oltre il limite, a causa del fatto che ogni dieci procuratori ne manca uno, secondo i calcoli ufficiali sui vari Land. Poi, ciò che mi ha realmente sconvolto, è che la mancanza di organico porta giorno dopo giorno migliaia di processi verso una conclusione senza decisione – perché i procuratori annegano sotto montagne di fascicoli e il lavoro non può semplicemente e umanamente essere completato.

  Ho scritto alla redazione reagendo per la prima volta dopo tanti anni di servizio in queste condizioni. Nel mio tribunale, in una città di medie dimensioni, posso notare chiaramente che anno dopo anno la pressione sul corpo dei procuratori di stato aumenta in maniera insostenibile. Tutti dovrebbero fare un giro nei nostri uffici per vedere le montagne di fascicoli, che alcuni colleghi nascondono in armadietti per non dover vedere questa marea di lavoro. Non mi meraviglia che a Friburgo, qualche tempo fa, un collega diventò famoso perché i suoi fascicoli raggiungevano la parte posteriore dei termosifoni, e non erano mai stati consultati.

  Tali “montagne” trasmettono costantemente una raccapricciante pressione fisica. Quando partecipo a qualche conferenza o mi trovo in giudizio e poi devo tornare nel mio ufficio, devo sempre prendere un respiro profondo prima di poter riaprire la porta, perché sicuramente ci sarà una nuova pila di fascicoli sulla mia scrivania.

  Ogni mese arrivano sulla scrivania di un procuratore circa 100 nuovi casi. Dopo aver sgobbato su ognuno di essi, il problema si ripresenta prestissimo – dopo un paio di settimane ne arrivano ancora e ancora, per cui devo rimettermi all’opera e iniziare con nuove investigazioni. 200, numero di tutto rispetto: tanti sono i processi, per differenti questioni legali, che un solo procuratore deve avere sotto controllo contemporaneamente. Nelle grandi città, come ad esempio Amburgo, i processi che i colleghi devono curare contemporaneamente possono essere addirittura più numerosi. In primo luogo ci sono i procuratori più giovani, i quali, non essendosi ancora abituati al ritmo di lavoro, sono in totale apnea.

Questi siedono nei loro uffici come api operaie in un alveare – e se ricevono un buona parola da parte del loro capo, si tratta esclusivamente di un’eccezione. Riconoscimenti per il nostro lavoro? Scordatevelo. Non piacciamo ai politici, visto che con le nostre investigazioni ogni giorno rendiamo la loro vita sempre meno comoda. La gente comune non comprende che ci spezziamo la schiena per far applicare la legge nel nostro stato di diritto. E le massime autorità, il procuratore generale e il ministro della giustizia? Si aspettano che in queste condizioni lavoriamo rapidamente e senza commettere errori.

  Non conosco nessuna autorità che riferisca ai propri superiori la situazione problematica nella quale ci ritroviamo. C’è troppa paura di essere attaccati con l’accusa di non essere in grado di avere la situazione sotto controllo. Però quando qualcosa va storto nelle nostre investigazioni e la stampa lo evidenzia, allora i politici buttano noi al fronte, dando a noi la colpa di tutto e costringendoci a chiarire e rettificare. La conseguenza è che i singoli procuratori diventano responsabili di tutto, al posto della disastrosa situazione complessiva. Cultura dell’errore: da noi completamente assente.

  A causa di questa pressione costante, i procuratori nella mia circoscrizione gestiscono sempre più processi allo stesso tempo, sperando di non far capire che qualcosa non sia in ordine. Io li definisco con un esempio: un accusato, in libertà vigilata, che viene messo sotto i riflettori per diffamazione. Per questo, molti colleghi si agitano e dicono “non è poi così grave” o “mi manca poco per completare gli ultimi fascicoli”. Se lasciamo scorrere tutto questo senza denunciarlo, in poco tempo più nessuno prenderà la giustizia sul serio.

 

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